Il welfare al posto dell'aumento? No. Sono due cose diverse, e lo dice anche l'Agenzia delle Entrate

È l'obiezione più sentita sul welfare aziendale: «sono soldi miei, me li stanno dando al posto dell'aumento». Vale la pena rispondere sul serio: la sostituzione dello stipendio con il welfare non è ammessa dal fisco, e un piano welfare fatto bene è sempre in aggiunta. Ecco come stanno le cose, per chi lo riceve e per chi lo offre.

C'è un'obiezione che chi lavora fa spesso quando sente parlare di welfare aziendale, e la riportiamo com'è perché è legittima: "Sono sempre soldi miei. Il welfare spesso viene usato in sostituzione degli aumenti o dei rinnovi del contratto."

Vale la pena rispondere sul serio, perché la risposta è netta: il welfare non può sostituire lo stipendio, né gli aumenti previsti dal contratto. Non è un'opinione nostra: l'Agenzia delle Entrate lo ha messo per iscritto due volte nel 2025 — con la Risposta n. 77 su un premio variabile aziendale convertito in welfare, e con la Risposta n. 195 su indennità soppresse e trasformate in benefit. In entrambi i casi la conclusione è la stessa: quando il welfare prende il posto di somme che sarebbero stipendio tassabile, l'esenzione fiscale non si applica e quelle somme restano tassate come normale retribuzione. Il vantaggio fiscale, semplicemente, non esiste per chi prova a usarlo così.

Quindi un piano welfare fatto bene è, per definizione, una voce in aggiunta: l'azienda che lo attiva sta stanziando un budget in più rispetto a quello che già ti deve.

Perché allora il welfare "conviene", se non sostituisce niente?

Il confronto numerico che si sente spesso — 100 euro lordi in busta ne fanno arrivare circa 60, 100 euro di welfare arrivano tutti e 100 — è vero, ma serve a spiegare una cosa sola: perché lo Stato lo rende esente. Il welfare aziendale è esente da tasse e contributi perché copre spese che lo Stato ha interesse a sostenere: l'istruzione dei figli, il trasporto pubblico, la salute, la previdenza.

Il confronto giusto, per un'azienda, non è "welfare invece dell'aumento". È "welfare invece di niente": ho un budget in più da destinare alle persone — come lo uso perché ne arrivi il più possibile? Su quel budget aggiuntivo, il welfare è lo strumento fiscalmente più efficiente a disposizione.

Se sei un dipendente: come riconoscere un piano serio

Un piano welfare serio si riconosce da tre cose:

Arriva in aggiunta al tuo stipendio e ai rinnovi contrattuali, non "al posto di". Se ti viene presentato come alternativa a un adeguamento che ti spetta, la perplessità è fondata — e come visto sopra, non è nemmeno in regola.

Copre spese che faresti comunque: la spesa, l'asilo, l'abbonamento del treno, le visite mediche. Non è un premio astratto, è potere d'acquisto pieno su cose reali.

È facile da usare. Se per spendere il credito servono tre portali e un manuale, il valore c'è sulla carta ma non arriva. (Se non sai nemmeno se hai un credito, qui c'è la guida per scoprirlo.)

Se sei un titolare o HR: perché non presentarlo mai come alternativa

Oltre alla questione fiscale, c'è una questione pratica che vediamo da vicino: il titolare che presenta il welfare come sostituto di un aumento si ritrova, qualche mese dopo, con le persone convinte di aver "barattato il rinnovo con dei buoni". È il modo più rapido per bruciare la fiducia nel piano — e infatti è il motivo più comune per cui un piano welfare non viene rinnovato l'anno successivo.

Presentato per quello che è — un budget in più, che arriva intero — il welfare produce l'effetto opposto: le persone lo percepiscono come un valore concreto, lo usano, e l'anno dopo il piano si rinnova senza discussioni.

Se stai valutando un piano per la tua azienda e vuoi capire quanto budget serve e cosa ne arriva ai dipendenti, parliamone: il conto si fa in una call breve, sui numeri della tua azienda.